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Convocazione CdS

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Le poesie dialettali di Valentino Colli

Valentino Colli nasce nel 1913 qui a Casei Gerola e muore nel 1990 all’età di 77 anni sempre qui, nel nostro paese.

Una vita che copre quasi un secolo, il Secolo che più di altri ha visto susseguirsi epoche diversissime tra loro, dalla Prima Guerra Mondiale, agli anni 20/30, la Seconda Guerra Mondiale, il Dopoguerra, il Postmodernismo, dalle prime televisioni, ai computer portatili…

Le poesie, scritte in dialetto, riprendono quel filone della poesia goliardica e vernacolare ricca di doppi sensi, che sviscera ed estremizza i tipi.

Approfondimenti sulla Cappella Bottigella

Nella stessa settimana in cui Pavia si riappropria di tutto lo splendore della Pala Bottigella, opera di Vincenzo Foppa su commissione di Giovanni Matteo Bottigella, ultimata nel 1484, Casei Gerola svela uno dei suoi tesori, legato anch’esso al nome dell’illustre famiglia pavese. Si tratta del ciclo di affreschi e della pregevole terracotta policroma custoditi nella “Cappella Bottigella” dell’Insigne Collegiata di San Giovanni Battista. Identico il committente, identica la cerchia del mondo artistico pavese degli anni 70-80 del XV secolo da cui proviene il loro autore, finalmente gli affreschi casellesi emergono da un lungo e indebito oblio.

Scoperti nel 1915 sotto uno spesso strato di intonaco, strappati dal muro e ricollocati in sede su supporti lignei e di tela con un restauro di Stato nel 1959-61, curato dall’allora Sovrintendenza alle Gallerie della Lombardia, i dipinti non furono mai oggetto di uno studio rigoroso e approfondito né sulla committenza né sull’autore. Alcuni storici locali li avevano descritti e avevano avanzato ipotesi di committenze e di attribuzioni non supportate dalla necessaria documentazione d’archivio o da competenti raffronti stilistici.

Il meticoloso restauro della cappella, eseguito dalla ditta Gabbantichità di Donatella Gabba e Vincenzo Basiglio di Tortona, iniziato nell’aprile scorso e terminato pochi giorni or sono sotto la direzione di Paola Strada e Paolo Savio della Sovrintendenza BSAE di Milano, ha invece messo in luce un tesoro nascosto, uno dei capolavori più significativi dell’intero Oltrepò Pavese.

Contestualmente una puntuale ricerca d’archivio ha permesso di datare con sicurezza gli anni di realizzazione degli affreschi e la committenza, come pure di mappare la presenza nell’Oltrepò di pianura della famiglia Bottigella di Pavia nel XV secolo. Infatti la cappella fu edificata nel 1450 per volontà di Tomaino Bottigella e i lavori di decorazione vennero continuati dal figlio Giovanni Matteo negli anni 1472-1478. I dipinti sono di rara bellezza per il nostro territorio e le indicazioni emerse dai primi studi effettuati dalla Sovrintendenza vanno nella direzione di un pittore di chiara influenza pierfrancescana e ferrarese. Anche se gli studi sono ancora in fase iniziale, si guarda con interesse a quel fecondo cenacolo artistico che la Pavia sforzesca ospitò negli anni 70 del XV secolo: Bonifacio Bembo, Vincenzo Foppa, Costantino da Vaprio, Zanetto Bugatto.

Di grande interesse e altissimo pregio è pure il polittico in terracotta policroma, unico nell’Oltrepò Pavese, che costituisce la parte rimanete di un imponente altare in cotto che occupava la parete orientale della cappella. Tanto nel polittico, quanto nell’affresco della parete meridionale, è raffigurato il committente Giovanni Matteo Bottigella rivestito delle insegne di aulico del Duca di Milano, onorificenza che il Bottigella, unico nella sua famiglia, ricevette da Francesco I Sforza.

Il Maestro Pietro Bisio

Pietro Bisio, classe 1932, nasce a Casei Gerola.

I campi, il fiume Po e i suoi affluenti accompagnano da sempre la vita del pittore, che nella realtà contadina ci è nato, ci ha vissuto e ci vive ancora.

Tra il 1954 e il 1958 studia all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove studia a contatto con Aldo Carpi, il cui corso di Pittura segnerà significativamente il suo percorso artistico.
Il clima che si era venuto a creare nell’Aula Carpi portò alla diffusione di idee e sentimenti che andarono sotto il nome di Realismo Critico Esistenziale. Non furono tracciati confini precisi del movimento, ma ciò che unì i diversi artisti fu la condivisione di intenti nel riportare l’attenzione sull’uomo attraverso un’arte che portasse ad una riflessione lirica, metaforica e ideologica sulla condizione umana.

La campagna e la città, il passato che si fa presente e il futuro, da una parte le spighe di grano dall’altra le luci e la modernità.
Davanti ai suoi occhi la campagna, un tempo così pura, scandita soltanto dal ritmo delle lune e dei raccolti si trasformano fino a diventare “una discarica in cui viviamo”. La cementificazione ha sostituito le distese dei campi con lastricati di cemento.

Una lunga ricerca, che è passata attraverso tecniche diverse, ma che non si esaurisce, continua.
Una ricerca che lo ha portato a viaggiare tra il 1968 e il 1972 in terre lontane come i Paesi del Nord (che per gli abitanti del paese sembravano distanti quasi come la Luna), ad incontrare personalità e percorsi artistici di rilevanza internazionale (Picasso, Munch, Kokoschka, Duchamp…).

Negli ultimi anni, insieme ad altri artisti della zona, ha dato vita al Gruppo 7, un modo per incontrarsi e scontrarsi sui temi fondamentali della vita, unendo diverse esperienze artistiche e di vita.

Pietro Bisio si fa quindi testimone di una cultura contadina raccogliendo l’eredità del maestro Pellizza da Volpedo e attraverso molteplici linguaggi fissa nel presente lo spirito del passato.

Autore: Elisa Biacca

Approfondimenti sulla Sala Capitolare

Il ciclo pittorico della Sala Capitolare è composto di alcuni pregevoli lacerti di affreschi quattrocenteschi. Nella parete maggiore a sud, sono rappresentati Sant’Agostino e San Sebastiano insieme ad uno scomparto con elementi fitomorfi (di cm. 155x220 circa rappresentante una pianta di melograno carica di frutti maturi), databili alla seconda metà del Quattrocento.

La parete di fronte all’ingresso, rivolta a oriente, presenta a destra della finestra le figure ora, ben leggibili, di S. Chiara e San Martino sormontati da uno stemma nobiliare: di fattura più vecchia dei lacerti precedenti mantengono un’ impronta tardo gotica assegnabile alla metà del secolo XV.

A sinistra della finestra sono riapparsi S. Cristoforo e Santo Stefano, anch’essi coronati da uno stemma, parzialmente perduto nella parte superiore, nonostante le numerosissime abrasioni, le superficiali tracce di annerimento (risultato di un incendio?) si tratta di una testimonianza importante, unica sopravvivenza, al momento, delle dotazioni ad affresco della fase tardo medievale.

La presenza dello stemma, che appartiene ai Trovamala di Sale e Castelnuovo, che prendono origine dal ceppo di Pavia, da cui diramarono nel Vogherese, nel Tortonese e nel capoluogo lombardo, imparentandosi con i Visconti (una zia di Bianca Maria, ultima dei Visconti e moglie di Francesco I Sforza, era moglie di un Trovamala) è nel linguaggio araldico uno “scaccato di rosso e argento col capo d’oro all’aquila di nero coronata”. Negli affreschi di Casei è riprodotto in una versione che lo Stemmario Trivulziano attribuisce all’anno 1478.

La famiglia Trovamala possibile committente degli affreschi

Il Cavagna Sangiuliani annovera i Trovamala tra le famiglie più antiche di Voghera viventi nei sec. XII – XIV. Rolando Trovamala di Sale è teste in atto del 20 marzo 1365 ove, per disposizione di Galeazzo Visconti, vengono stabiliti e segnalati i confini tra i territori di Tortona e Voghera. Detto Rolando presenzia all’investitura di Sorli e dipendenze a Gian Galeazzo Visconti da parte del Vescovo di Tortona Giovanni Ceva cui tale concessione … fu imposta. Simone Frate Carmelitano, lettore di diritto civile all’Ateneo ticinese morì nel 1458 e fu sepolto nella Chiesa del Carmine di Pavia (Tasca “personaggi illustri pavesi”, 234). Sebbene priva di riscontro, si ritiene valida la nomina segnalata dal Marozzi nel suo “Blasonario Pavese” di un altro Trovamala a Podestà di Tortona nel 1463, e precisamente di Ambrogio. Sale fu patria di Fra Battista Trovamala minore osservante che nel 1484 pubblicò una “Summa casuum coscientiae”. Le notizie di Battista Trovamala sono pubblicate su “La provincia di Genova dei Frati Minori dalle origini ai giorni nostri” di A. Casini, Chiavari, 1985, pp.324-325: “la vita di Battista Trovamale si può ricostruire così. Era figlio di una Donina a cui Bianca Maria (ultima dei Visconti e moglie di Francesco I Sforza) aveva affidato l’educazione di Galeazzo Maria e Ludovico il Moro. Fattosi francescano si legò all’osservanza di San Bernardino e nel 1470 era Vicario provinciale in Liguria e Piemonte. Tra il 1470 e il 1476, ma forse nel 1470 quando come Vicario dovette visitare i conventi del Piemonte, predicò a Torino”. È probabilmente a questo periodo che si può far risalire la sua presenza a Casei, dove l’attuale Collegiata era allora chiesa francescana dell’Osservanza di San Bernardino, e la conseguente committenza degli affreschi della parete orientale della Sala Capitolare, coronati con stemma della sua casata.