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La vita di San Fortunato

San Fortunato è un legionario romano, africano, originario dell’Alto Egitto al confine con la Nubia, che poco più che ventenne, nel 286, coronò la sua fede col martirio in quello che oggi è il Vallese svizzero. Dal 1765 il suo corpo fu traslato a Casei Gerola, in provincia di Pavia, importante borgo della diocesi di Tortona.

Nelle valli alpine settembre regala ancora giornate luminose, che profumano d’estate l’azzurro intenso del cielo terso, e insieme annunciano gli imminenti rigori dell’inverno, che incombe nell’aria via via più frizzante. Così doveva essere anche nella tarda estate dell’anno 286 nella valle di Agaunum, dove aveva posto il campo la legione Tebea, nelle aspre gole di monti selvaggi, confine della civiltà romana e via che univa la pianura padana alla valle del Reno: in quella che per noi oggi è la Svizzera meridionale, più precisamente il Vallese e la conca di Saint Moritz.

Avvolti nella rossa clamide per difendersi dai venti autunnali e appoggiate al pilum, le sentinelle scrutavano le creste dei monti da cui avrebbero potuto scendere improvvisi e feroci i Bagaudi. Dalla primavera dell’anno precedente infatti i Bagaudi, agricoltori e pastori immiseriti dalla voracità dei governatori, riuniti in grosse bande percorrevano le campagne incendiando, saccheggiando, distruggendo; erano guidati da Amando ed Eliano, che sognavano di costituire sotto di sé un impero celtico, avevano sconvolto le Gallie ed ora minacciavano l’Italia. L’imperatore Diocleziano per combatterli aveva scelto fra i suoi generali uno dei più valorosi, Marco Aurelio Massimiano, illirico come lui, e lo aveva nominato “Cesare”, associandolo a sé nel governo dell’impero.
Dall’Egitto era stata trasferita in fretta anche la legione Tebea, costituita da uomini valorosi, abituati a combattere per la gloria di Roma; erano i fedeli custodi dei confini meridionali dell’impero ed ora si trovavano nelle fredde terre del nord a fronteggiare barbari sanguinari. Venivano dalla valle del Nilo, erano stati arruolati nei villaggi attorno a Tebe d’Egitto, nei deserti della Nubia e giù fino alle cateratte del grande fiume e agli altipiani d’Etiopia. Erano figli dell’Africa e ne portavano i segni caratteristici nel colore della pelle e nei tratti del volto, erano figli della grande civiltà egizia che si esprimeva in loro in nobiltà e fierezza, erano soprattutto figli della Chiesa, Cristiani di una delle terre di più antica evangelizzazione, dove il Vangelo già era risuonato in età apostolica.
Maurizio era il comandante in capo, Candido, Vittore ed Essuperio erano gli alti ufficiali, Alessandro custodiva, come signifero, le insegne da battaglia della legione; tra i militi vi era anche Fortunato. Il vento soffiava dalle cime delle Alpi, gelido e sinistro quasi fosse un presagio di morte, mentre i legionari ripensavano alle assolate distese del deserto nubiano, alle acque solenni del Nilo che scendevano a fecondare il loro paese, ai tanti volti cari lasciati al di là del mare.
L’araldo giunse al campo con l’ordine di marcia, si dovevano levare le tende e partire, perché Massimiano aveva deciso di sferrare l’ultimo definitivo attacco volto a spezzare la resistenza dei ribelli, prima che le nevi dell’inverno coprissero i valichi e rendessero impraticabili i passi. Per propiziarsi l’esito della battaglia il comandante supremo ordinava a tutte le sue legioni di offrire sacrifici agli dei di Roma, ciascuna nel proprio campo, quella sera stessa prima della partenza. Un silenzio gravido di attesa scese su quei soldati, si guardarono uno ad uno, compagni di cento battaglie, qualcuno toccò sotto il giustacuore le cicatrici delle ferite ricevute nella difesa dell’impero; alla fine il silenzio fu rotto dalla voce del comandante: “Nessuno può dubitare in terra della nostra fedeltà a Roma e al suo imperatore: le zagaglie etiopiche e le lance numide, le spade nabatee e le asce barbariche non ci hanno mai fermato. Nessuno deve però dubitare in Cielo della nostra fedeltà a Cristo Signore: siamo Cristiani e non sacrificheremo mai agli idoli, agli dei falsi e bugiardi, che altro non sono che demoni oscuri!”.
A quelle parole seguì un frastuono di spade che battevano sugli scudi; col consueto grido di guerra i legionari Tebei si preparavano all’ultima battaglia, quella del martirio; poi deposero le armi e attesero il carnefice. Caddero per primi gli ufficiali, poi venne l’ordine della prima decimazione, a cui seguì una seconda ed infine lo sterminio a colpi di clava dell’intera legione. Fortunato pregava con gli occhi levati in alto, guardava l’azzurro luminoso che in quel giorno era così simile al suo cielo africano: fra poco sarebbe entrato al cospetto del suo Signore; lui, giovane legionario egiziano, avrebbe ricevuto la corona dei martiri, avrebbe stretto in pugno la palma della vittoria.

Non sappiamo come il corpo di San Fortunato venne trasferito dal luogo del martirio ad Agaunum nelle Alpi svizzere fino a Roma. Forse lo raccolse e lo custodì un commilitone. Di certo sappiamo che fu venerato nelle catacombe romane di San Callisto fino al 1746, quando il cardinale Guadagni, vicario di Papa Benedetto XIV per la città di Roma, ne ordinò la riesumazione e l’esposizione nella Collegiata romana di Santa Maria in Via Lata. Da Santa Maria in Via Lata le reliquie di San Fortunato giunsero a Casei nel 1765, come dono della Santa Sede al Prevosto dell’Insigne Collegiata, ai canonici e alla comunità casellese, tramite il vescovo di Tortona mons. Giuseppe Ludovico de Anduxar. Non deve meravigliare questo gesto, se si considera che la Parrocchia di Casei, fino al Prevosto don Bianchi agli inizi del 1900, fu di “collazione papale”, cioè il suo parroco era nominato direttamente da Roma con bolla papale e per potervi essere designato un sacerdote doveva esibire un titolo accademico in teologia conseguito presso una facoltà romana, come attesta un documento dell’archivio parrocchiale, datato 1806. All’epoca della traslazione a Casei di San Fortunato risale la preziosa urna che custodisce le reliquie e in quell’occasione le ossa del capo frantumate (indizio del martirio avvenuto a colpi di clava, come si usava fare presso l’esercito romano in occasione delle decimazioni) vennero inserite nella sagoma in gesso del teschio, poi rivestito con l’elmo.

Autore: Don Maurizio Ceriani

Il Museo dell’Associazione Beni Culturali di Arte Contemporanea

L’Associazione, apolitica, apartitica e senza scopo di lucro, nasce nel 2009 con la volontà di valorizzare il paese dal punto di vista artistico e culturale.

Oltre a promuovere l’arte del Maestro Bisio, ha messo in atto un’opera di abbellimento e decoro del paese commissionando opere ad artisti locali, con tutta l’intenzione di aprirsi anche a realtà al di fuori del nostro territorio.

Tra i soci vi sono alcuni specialisti del campo che si occupano di tutte le attività di critica, progettazione, archiviazione, pubblica fruizione e didattica.

Tra le diverse missioni dell’Associazione: lo studio e l’archiviazione di materiali inerenti alla storia del paese; la progettazione di landmark che riconoscano a Casei Gerola il ruolo di porta dell’Oltrepo.

Uno dei progetti diventati realtà è la ristrutturazione degli ambienti a piano terra del Palazzo del Municipio che ospitano una collezione permanente di opere del Maestro Bisio e di alcuni artisti del Gruppo 7. Le altre sale diventeranno una biblioteca di arte e una sala per mostre temporanee, laboratori ed eventi.

Un altro progetto ormai sempre più concreto e visibile è la collocazione di quadri del Maestro Bisio a vestire i muri di diverse case del borgo; altre opere è possibile trovarle collocate in diverse aree verdi del paese.

 

Per maggiori informazioni visitare:

www.pietrobisio.org

http://www.artecaseigerola.it/sito/

Il Palazzotto Carmagnola

Il fatto che Casei Gerola sia stata spesso dimora e rifugio di nobili e militari è la dimostrazione che il borgo avesse anche i luoghi degni di ospitare personalità di spicco.
Un esempio di dimora nobiliare, visitabile ancora oggi, è il Palazzotto Carmagnola così chiamato dal più celebre dei suoi abitanti, Francesco Bussone da Carmagnola.
Prima del condottiero di ventura, il Palazzotto fu però sede di tutte quelle attività di pubblica amministrazione, soprattutto quelle giudiziarie.
L’edificio rientra infatti tra i Broileta consularia, ossia quei luoghi che svolgevano un ruolo pubblico nella comunità dove si discutevano atti e sentenze.
Interessante è il rispetto della norma nel costruire questi edifici in prossimità della chiesa: i due edifici dovevano rappresentare il cuore pulsante della vita di comunità, quella laica e quella spirituale. Non a caso il Palazzotto di Casei Gerola si trova proprio di fronte all’Insigne Collegiata di San Giovanni Battista.
La storia dell’edificio si lega inesorabilmente, come detto in precedenza, al Carmagnola.
Dopo la riconquista viscontea dell’Oltrepo, Il Carmagnola —già Signore di Castelnuovo — diventò Signore anche del borgo di Casei e dovette decidere quale edificio sarebbe diventato la sua dimora quando si trovava in visita nel suo possedimento — non è un caso ritrovare nomi importanti come Beccaria, Visconti e Sforza intrecciati alla storia del paese, vista la posizione strategica fondamentale per il travagliato periodo storico del Quattrocento.
Il castello aveva subito pesanti rimaneggiamenti, quindi la scelta ricadde sul Palazzo del Broletto, unico edificio oltre alla rocca ad avere il pregio che si confaceva ad un luogo di rappresentanza.
Nel 1432, sospettato di tradimento e decapitato per tale reato, il Carmagnola passa involontariamente il palazzo nelle mani dei Sacco.
Con la famiglia Sacco, di cui si hanno tracce a Casei Gerola fin dal 1200, il borgo ospita un’altra professione di rilievo: quella notarile, senza contare esponenti legati al diritto e alla corporazione dei medici e degli speziali, i farmacisti dell’epoca.
Fino al 1710 il Palazzotto fu il proscenio delle vicende della famiglia Sacco. Con la loro presenza lo status del Palazzotto cambiò, perdendo così la “nobiltà” che lo avevo contraddistinto nel periodo del Carmagnola.
In anni recenti, grazie al restauro attento alle preesistenze del Dottor Ubaldo Ubaldi, l’edificio ha ritrovato un suo ruolo nella Casei Gerola di oggi, facendosi testimone di un’epoca affascinante e ricca di avvenimenti.

All’interno è possibile visitarlo durante aperture straordinarie.

Il Santuario della Madonna delle Grazie di Sant’Agostino

La storia del Santuario della Madonna delle Grazie di Casei Gerola fonda le proprie radici agli inizi del 700, periodo di transizione tra il paganesimo e l’affermazione della confessione cristiana.
La struttura ha vissuto il cambiamento da tempio pagano a luogo di culto della Madonna: ivi la gente del popolo era solita offrire doni alla dea Pomona e Cerere, ma con l’avvento del Cristianesimo fu trasformato in un sito di devozione mariana, addirittura uno dei più antichi.
Il contesto storico e politico è fondamentale perché fu il Re longobardo e poi Re d’Italia Liutprando, fervente cattolico (tanto da definire se stesso re cattolico), ad incrociare la storia del Santuario. Celebre per aver istituito diversi monasteri e chiese e per avere una cappella dove ogni giorni si prestavano servizi religiosi, il re si impegnò a traslare la salma di Sant’Agostino da Ippona fino alla Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia, già ufficiata da Agostiniani.
Grazie ad una lettera inviata a Carlo Magno da Monsignor Oldrado, Arcivescovo di Milano, si può avere traccia della traslazione. Sappiamo, infatti, che la salma attraverso la Via Romea sostò a Casei Gerola per poi proseguire per Pavia.
Durante la notte in cui la salma si trovò in paese molte furono le invocazioni al Santo e i miracoli avvenuti, fatti che legarono indissolubilmente la sua memoria al luogo.
La fama del sito crebbe, tanto che re Liutprando decise di erigervi un santuario dedicato proprio alla Madonna e ad Agostino d’Ippona.
Durante il corso dei secoli, le scorribande straniere hanno lasciato segni sulle strutture originali, ma lo spirito del luogo non fu mai intaccato.
Nel 1600 vista la grande richiesta per avere un luogo agevole per i servizi religiosi, il Vescovo di Tortona nel 1639 si impegnò a far costruire un portico dove i fedeli potessero ripararsi.
Le strutture che possiamo ammirare ancora oggi risalgono proprio a quegli anni e sono da attribuire al Sign. Schiafinati che contribuì alle spese di costruzione.
Del 1653 è il miracoloso caso di una certa Domenica da Pieve del Cairo che riacquistò la vista dopo essersi bagnata gli occhi con il contenuto della lampada che illuminava la Madonna. Di questa grazia ricevuta si hanno tracce nel registro dell’Insigne Collegiata di Casei Gerola.
L’ Ottocento fu un periodo di grandi sconvolgimenti, tanto che anche il Santuario fu ridotto a mero deposito di attrezzi agricoli e chiuso al pubblico da Monsignor Bandi perché ritenuto non decoroso ad ospitare le funzioni.
Il Novecento fu un secolo importante per le sorti del Santuario perché in quegli anni vedrà in Don Luigi Orione (1872-1940) la salvezza.
Il Santo conosceva bene quel luogo di cui la madre tesseva le lodi quando era giovane, prima di diventare prete. Casei Gerola si trovava proprio sulla strada che transitava per andare a Molino de’ Torti dove si trovava Don Milanese, suo Confessore. Un giorno decise di fermarsi e disse: “Se mi farai prete, farò di tutto per riaprire questa casa di preghiera”.
Ordinato sacerdote nel lontano 1895, Don Orione rimase sempre legato al Santuario che nel 1929 era stato dichiarato Monumento Nazionale.
In occasione della raccolta di pentole per la costruzione dell’imponente statua del Santuario della Madonna della Guardia di Tortona diede alla popolazione di Casei una notizia piena di speranza: il Santuario di Casei Gerola era stato donato a lui, proprio a colui che si era ripromesso di salvarne le sorti — era il 23 novembre 1932.
Il ripristino totale delle sue funzioni avvenne negli anni 40 del Novecento: la sera del 7 settembre 1944 il Santuario venne consacrato dal Vescovo di Tortona, Mons. Melchiori e il giorno successivo furono le campane a festa a richiamare la folla di fedeli che si riversò per seguire le funzioni che si susseguirono per tutto il giorno.
Fu Don Sterpi a raccogliere il testimone di Don Orione scomparso il 12 marzo 1940.

Un avvenimento importante e più vicino ai giorni nostri è stato il 50° anniversario della riapertura e rinascita del Santuario della Madonna delle Grazie di Sant’Agostino nell’agosto del 1994.

In occasione dei solenni festeggiamenti è stato organizzato un convegno di studi coordinato da Don Stefano Ongari.

 

Il Castello di Casei Gerola

In posizione centrale rispetto al centro abitato, il Castello di Casei Gerola si erge maestoso sulla via principale del borgo una volta fortificato.
La posizione privilegiata crea un profilo paesaggistico di rara bellezza perché ad un occhio sconosciuto, il passaggio obbligato per la via principale, svela una visione del Castello improvvisa e per questo ancora più sorprendente.

Generalmente definito Castello di Casei Gerola, la struttura presenta diverse denominazioni in base alle personalità che hanno incrociato la sua storia. Non è raro infatti trovare le denominazioni Castello Beccaria, Castello Torelli, Castello Squadrelli.

Le prime notizie relative al Castello si hanno a partire da epoche remote. Le prime tracce scritte risalgono alla metà del 900 quando Berengario I concesse il territorio di Casei Gerola all’Abbazia di San Colombano di Bobbio.

Nel corso degli anni il Castello è stato palco di avvenimenti importanti e ha visto succedersi le vicende di nobili nazionali come i Beccaria di Pavia e i Visconti di Milano, ma anche francesi — con la discesa di Carlo VIII e il successore Luigi XII di Francia che conquistarono il territorio di Casei Gerola nel 1499 — e spagnoli, che si impadronirono del borgo nel 1526.
Durante la dominazione spagnola, il Castello subì importanti rimaneggiamenti volti all’indebolimento delle mura: tali interventi portarono alla sua distruzione avvenuta per mano di un’orda di uomini inviati a svolgere l’infausto compito.
Grazie all’intermediazione dei Conti Torelli, nel dicembre 1560 la Rocca di Casei Gerola poté essere restaurata e i territori di Casei e di Cornale diventarono il loro Marchesato.
In anni più recenti, più precisamente nell’800 il Castello passa in mano alla famiglia Squadrelli.

Oggi il Castello è chiuso al pubblico, ma è possibile ammirare la massiccia costruzione dall’esterno salendo il dolce pendio su cui sorge o passeggiando attorno alle sue mura.

Insigne Collegiata di San Giovanni Battista

La Collegiata di Casei Gerola rappresenta un unicum nel panorama architettonico dell’Oltrepo Pavese: l’edificio rappresenta un esempio di gotico lombardo, stile che si manifesta nelle terre lombarde tra la metà del XII secolo e la metà del XV secolo.
Il tramonto dell’egemonia dei Visconti segna uno spartiacque e a cambiare non fu solo il governo, ma anche lo stile.
La vicinanza e i continui collegamenti con la città di Milano, divenuta capitale durante il periodo ducale, influiscono sulla piccola comunità di Casei Gerola.
Interessante è la fusione di stili della chiesa, perché pur essendo classificabile come gotico, l’edificio presenta quella robustezza delle masse murarie più assimilabile allo stile romanico.

La Chiesa, divenuta Parrocchia nel 1573 andando a sostituirsi alla Pieve di San Martino che si trovava fuori le mura — distrutta poi dai francesi in epoca più tarda — sorge sulle antiche terme romane che come norma furono riconvertite in battistero (dal latino baptisma, la vasca del frigidarium delle terme romane).
La pianta è basilicale priva di transetto, quindi si sviluppa longitudinalmente in tre navate con quattro campate. La leggerissima differenza di altezza tra la navata centrale e quelle laterali rende omogenea la visione d’insieme dell’ambiente.
L’armonia dell’ambiente è data da tutto l’insieme ben rapportato: oltre all’esiguo dislivello tra le navate, anche le campate si presentano quadrate – quelle della navata centrale – e rettangolari quelle delle navate laterali. Anche la luce naturale diffusa in maniera omogenea dalle monofore a sesto acuto laterali e dal rosone
Alla navata centrale corrisponde l’abside, anch’esso di pianta rettangolare.
Sebbene l’edificio così come lo si può ammirare ora risalga al 1300, al suo interno fanno eccezione il presbiterio e l’altar maggiore di origini barocche.

Di notevole pregio è la Cappella Bottigella quattrocentesca con il ciclo di affreschi attribuito da Vittorio Sgarbi a Vincenzo Foppa, il pittore più ammirato del Rinascimento lombardo prima della comparsa di Leonardo da Vinci sulla scena artistica italiana. La Cappella è a pianta rettangolare, presenta una volta a crociera unica e sul fondo  Nella Cappella è possibile ammirare anche un raro esemplare di polittico in terracotta policroma degli inizi del Cinquecento.

Dietro l’abside e l’altare si trova la Sala Capitolare, luogo adibito alla lettura della regola (da ire ad capitulum, “apprestarsi a leggere un capitolo della Sacre Scritture” — da qui l’espressione “avere voce in capitolo”).

Grazie ad un attento restauro sono tornati alla luce affreschi quattrocenteschi di matrice lombarda rappresentanti i Santi Agostino e Sebastiano, Santa Chiara e San Martino, i Santi Cristoforo e Stefano.

La committenza non è chiara, ma un indizio potrebbe essere lo stemma della Famiglia Trovamala di Sale e Castelnuovo.

Cenni Storici

Casei Gerola è un comune di 2.575 abitanti della provincia di Pavia. Si trova nella pianura dell'Oltrepò Pavese, al confine con la provincia di Alessandria, sul torrente Curone a pochi chilometri dalla sua confluenza nel Po.

Santo Patrono di Casei Gerola è San Fortunato le cui spoglie sono custodite nell'Insigne Collegiata San Giovanni Battista.

Nella Collegiata spiccano la Sala Capitolare e la Cappella Bottigella.

Casei, già Caselle, sorge all'estremità occidentale della campagna centuriata facente capo alla colonia romana di Placentia, e precisamente di un nucleo di campagna intensamente coltivata attorno alla città di Iria (Voghera). Alla fine dell'epoca antica le terre erano passate allo Stato, giacché nel 712 il re Liutprando ne fece dono al monastero di San Pietro in Ciel d'Oro di Pavia (ed è questa la prima citazione di Casei). Tra le carte di questo monastero il nome di Casei comparirà ancora per secoli (almeno fino al XIII).

Nel 1164 Casei è nominato tra le terre che Federico I assegnò a Pavia, e che costituiscono il nucleo dell'Oltrepò Pavese. Sotto Pavia, Casei fu sede di podesteria o squadra. Sembra che già nel 1197 essa venisse infeudata agli Isimbardi di Pavia; passò poi sotto il dominio dei Beccaria, cui la tolsero i Visconti, per darla dapprima a Francesco Bussone da Carmagnola, conte di Castelnuovo Scrivia e poi, passato questi ai Veneziani, a un altro noto condottiero, Guido Torelli di Ferrara (1431). Il feudo di Casei, che comprendeva anche Cornale, rimase ai Torelli fino all'abolizione del feudalesimo (1797). Nel 1561 avevano ottenuto il titolo di Marchesi di Casei e Cornale. Nell'ambito del marchesato era compreso anche il centro di Campeggi, o Comun Campeggi, che corrisponde all'attuale cascina Campeggia; noto fin dal XII secolo, ebbe autonomia comunale ma nel XVII secolo risultava già aggregato a Casei. Analoga sorte toccò a Cagnano (attualmente Cascina Cagnano), pure noto dal medioevo.

Non meno importante era un tempo l'attuale frazione Gerola. Esso sorgeva in origine più a nordovest, presso l'attuale confluenza della Scrivia nel Po. Sviluppatosi in prossimità di una vasta isola del Po (Insula Guazzatoria), fu a lungo sede di un vasto comune comprendente anche Mezzana Bigli, sorto in origine sull'isola, insieme a Guazzora che apparteneva al feudo di Gerola. Passato come Casei a Pavia nel 1164, e anch'esso sede di podesteria, fu infeudato ai Corti di Guazzora e successivamente ai Bigli di Milano. Questa signoria durò sino all'abolizione del feudalesimo.

Successivamente cominciò il declino di Gerola: nel 1800, avendo Napoleone deciso di far corrispondere i confini politici al corso del Po, Mezzana Bigli, che si trova a nord del fiume, fu diviso da Gerola, il cui comune fu ridotto a tre moncherini isolati tra loro; successivamente lo spostamento verso sud del corso del fiume rese inabitabile anche ciò che restava, per cui gli abitanti di Gerola costruirono un nuovo centro, detto Gerola Nuova, sul sito attuale, in un territorio che apparteneva a Casei. Cosicché, nel 1835, cedettero ciò che restava del loro comune ai casellesi, e si fusero con essi nel nuovo comune di Casei Gerola.

Il 09/05/1945 a Casei Gerola si costituì il locale Comitato di Liberazione Nazionale di cui fecero parte Curone Giovanni, Ferrari Angelo, Bellinzona Felice, Trevisan Mario, Pelizza Pierino.La prima decisione che prese fu la nomina di Deagostini Giuseppe a Sindaco. La prima Giunta Comunale ebbe come membri Pareti Pierino, Ferrari Paolo, Favari Primino e Olezza Francesco.

Le prime elezioni democratiche per eleggere il Consiglio Comunale si tennero il 24/03/1946.